La teoria del D-Lighting: cos’è e a cosa serve

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E’ uno dei grandi meriti dell’azienda Nikon: ebbene sì, perché il termine D-Lighting è stato coniato proprio per poter essere integrato nelle sue fotocamere reflex, così da definire una tecnologia che amplia la gamma dinamica del sensore della fotocamera. Ciò non vuol dire che si tratti di un’esclusiva Nikon, perché ormai gran parte dei produttori ha trovato la sua soluzione (pensiamo per esempio all’Auto Lighting Optimiser che è stato firmato da Canon). La particolarità di queste due idee e data dalla necessità di incrementare i dettagli nelle luci e/o nelle regioni ombra di un’immagine, sfruttando la potenza che si nasconde dietro a una fotocamera. Si tratta di una funzione che diventa il perfetto alleato quando cerchi di fotografare una scena che presenta un elevato contrasto, spesso impossibile da immortalare.

d-lighting

Ma come funziona il D-Lighting? Attivandolo potrai espandere i toni delle immagini, puntando sull’aumento dei dettagli nelle luci forti o nelle zone d’ombra. Praticamente è un espositore che si pone l’obiettivo di catturare tutti quei dettagli che la macchina fotografica non sarebbe in grado, da sola, di rilevare e registrare. Una delle particolarità di questo software è quindi quella di migliorare la gamma tonale non solo del nostro soggetto, ma anche dello sfondo in cui si trovi, arrivando a fare ciò che un flash non potrebbe mai garantire da solo.

Per utilizzarla non dovrai fare altro che andare ad attivarla in fase di produzione di una foto, oppure andando a lavorare sull’immagine in post-produzione, sfruttando un buon programma di fotoritocco. Se lo attivi ti troverai a lavorare con un normalissimo ottimizzatore automatico, con il quale potrai realizzare fotografie in condizioni luminose, sapendo che le stesse condizioni sono in fase di continuo cambiamento, spesso imprevisto. Attenzione però: perché se deciderai di applicare il D-Lighting con un programma di fotoritocco non potrai mai riuscire a recuperare le luci forti che sono state perse mentre scattavi, a meno che tu non voglia sfruttare la potenzialità dello sviluppo RAW, concetto che andremo ad analizzare molto più attentamente in un altro articolo.

I sensori fotografici in sostanza di base non sono così evoluti come invece è il nostro occhio e per questo il range ce sono in grado di registrare e riprodurre non va mai oltre i 9-12 stop: la fotografia ci apparirà “sbagliata” proprio perché l’occhio umano percepisce le luce in modo completamente diverso. Solitamente le zone scure diventano ancora più scure mentre quelle chiare diventano estremamente più chiare, ed è proprio qui che si perdono i nostri dettagli che possiamo recuperare solo usando questa funzione.

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